Un Luogo, un Libro, un Film

Un eroe del nostro tempo ( 1840) - Michail Jur'evic Lermontov

Ci sono dei libri che non solo ti piacciono molto ma che ti spingono a visitare i luoghi narrati. Il capolavoro di Lermontov, la cui morte avrebbe ricalcato le vicende del suo protagonista-alter ego, è uno di questi. Oggi forse l'opera potrebbe apparire un po' datata, intrisa come è di ideali romantici, sentimenti ( positivi e negativi) travolgenti e gesti estremi. Però oltre a tratteggiare perfettamente uno spaccato della società del tempo descrive così bene i luoghi in cui si svolge la trama che il lettore, letteralmente, vede le montagne, le foreste, dame e damerini che si recano “a passare le acque” e persino le fiere popolazioni del Caucaso. E' Pjatigorsk la città in cui si svolgono gli eventi principali descritti nel libro, ma il vero protagonista dell'intera vicenda è il Caucaso. Questa regione montuosa di sublime bellezza, che si innalza dalle immense pianure della Russia quasi a tradimento dopo innumerevoli chilometri di paesaggio piatto, ricomprende la cima più alta d'Europa, il Monte Elbrus, altri cinque picchi che superano i cinquemila metri e numerose altre vette la cui bellezza primordiale è tra le più straordinarie del pianeta.

Ma il vero gioiello di tutto il contesto sono le genti che abitano le vallate e i paesaggi montani. Gli aul, i villaggi abbarbicati sui costoni rocciosi sono popolati da un popolo straordinariamente ospitale che è in grado di valutare gli stranieri al primo sguardo. Essere riverito come un ospite o osteggiato come un invasore dipende solo dall'atteggiamento con cui si decide di interagire con queste persone.

Pecorin, il protagonista dell'opera, attraversa diverse regioni del Caucaso che oggi sono rigorosamente suddivise in distinte unità amministrative. Al viaggiatore poco accorto sembra solamente di trascorrere dei chilometri che separano diverse destinazioni ma in realtà si tratta di un percorso vero e proprio tra etnie, abitudini, rivalità e vincoli di sangue che contraddistinguono ogni aspetto della vita quotidiana del luogo. Lo hanno percepito bene gli Zar, che hanno faticato a sottomettere al proprio dominio la regione, e se ne è reso perfettamente conto il Cremlino e il mondo intero in seguito ai tragici fatti che hanno infiammato le due guerre cecene.

I conflitti sono un ricordo ormai, e anche se tanti problemi permangono l'intera area è a disposizione dei viaggiatori. Si può sciare in inverno e compiere splendide escursioni in estate, ma fate attenzione ai confini con la Georgia e l'Azerbaijan: sono chiusi agli stranieri e attraversarli senza permesso comporta la galera. Cartelli dal tenore inequivocabile impongono il rispetto della normativa e in ogni caso, per spostarsi nei suddetti paesi, si possono utilizzare i normali passaggi di transito- ma informatevi dettagliatamente sulle questioni dei visti. In ogni caso, l'unico vero pericolo sono i mastodontici cani da pastore: abituati da secoli a difendere le greggi da lupi, talvolta orsi e soprattutto dai ladri di bestiame non fanno sconti a nessuno. Chiunque si avvicini alle pecore al di fuori del padrone verrà sbranato seduta stante. Non è uno scherzo.

 La vista dalla cima dell'Elbrus che spazia fino alla Georgia è uno dei panorami montani più belli del mondo.

Cast Away (2000)- Robert Zemeckis

E' più noto l'urlo di Sylvester Stallone rivolto a Talia Shire, è vero, ma la disperazione con cui Tom Hanks esprime la rabbia per la perdita di Wilson colpisce di più lo spettatore. Wilson è nient'altro che un pallone finito sulla striminzita spiaggia sabbiosa dell'isola in cui il protagonista della pellicola si ritrova a dover sopravvivere, dopo un disastroso incidente aereo che lo ha visto come unico sopravvissuto. Sarà l'unico “amico” con cui parlare per evitare di impazzire nei successivi anni di solitudine.

Devo ammettere che le riprese hanno reso perfettamente il senso di isolamento su cui si basa il film. Dialoghi inesistenti ( nella parte relativa ai quattro anni immaginari trascorsi nell'isola), una natura selvaggia e crudele e l'Oceano tutt'intorno. Mi sono recato su quest'isola minuscola dove è stato girato il film, e ci ho impiegato un po' a far combaciare quanto visto al cinema con quel che mi si è presentato innanzi appena sbarcato. E' ovvio: Monuriki, un'isola ricoperta di vegetazione con una spiaggia stupenda fa parte del gruppo delle isole Mamanuca, un arcipelago per niente sperduto ma anzi frequentatissimo dai turisti, poiché situato a poche ore di – regolare e organizzatissima- navigazione da Viti Levu, la principale delle Isole Fiji. Di fronte agli occhi del naufrago si stagliavano come innanzi ai miei altre isole del gruppo, ma alle telecamere è bastato riprendere sempre il lato rivolto verso l'oceano infinito per rendere l'idea della tragedia in cui è incappato il protagonista. Una nuotata e poi la ripida salita sul punto più alto dell'isola per una veduta mozzafiato, e quindi la gita procede verso altre isolette.

 Ritornato al resort ho apprezzato molto più del solito la doccia, l'aria condizionata e il battello che qualche giorno dopo mi ha riportato verso il molo di Denarau.

Il ponte sulla Drina (1945) – Ivo Andric

Lo scrittore bosniaco ha vinto il Premio Nobel col romanzo “ La cronaca di Travnik” ma è questo il libro che mi ha permesso di scoprire, al di là della sempre viva Sarajevo, la Bosnia  Erzegovina come meta turistica. Attraverso le vicende dell'edificazione del ponte Andric è stato magistrale a descrivere lo spirito del tempo, tratteggiando personaggi straordinari e ricalcando verità storiche. Visegrad, la città in cui si svolge la trama, fa da sfondo a vicende umane comiche e tragiche ma oggi accoglie i visitatori col suo ponte e uno stile di vita rilassato. Per raggiungerla bisogna guidare un bel po' all'interno del paese, e così con la scusa di vedere la balaustra dove si è svolta la famosa passeggiata narrata nel libro si finisce per vedere un bel pezzo del paese.

 Che merita più dell'attenzione che gli si riserva di solito a dire il vero: le spiagge della vicina Croazia assorbono quasi tutti i viaggiatori stranieri, e le colline boscose dell'entroterra finiscono per risultare troppo lontane anche per chi si sta aggirando tra i vicoli di Sarajevo. Buon per chi ama gli itinerari poco battuti: questa nazione, la più martoriata di tutte nel recente conflitto balcanico, è sempre disposta ad accogliere i viandanti che abbiano avuto il buon cuore di scommettere sulle sue strade tortuose, sulle sue foreste che si estendono a perdita d'occhio e sui cevapi con cui auto premiarsi a cena dopo una giornata di numerose curve alla guida.

 Ciò che colpisce più di tutto della Bosnia non è la calorosa ospitalità balcanica, diffusa in tutto il territorio; né le bellezze architettoniche- Pocitelj, cittadina arroccata su di un crinale, se visitata al tramonto regala emozioni da fiaba; né ancora l'atmosfera di fede che si continua a respirare a Medjugorie nonostante un sempre elevato afflusso di pellegrini. Nè prevale lo splendido scenario di Mostar, la più sontuosa delle rivincite sulla tragedia della guerra.

 La Bosnia ha mantenuto, nonostante tutte le atrocità che ha subito, uno spirito multietnico e multiconfessionale  così tangibile che pare impossibile che da queste parti, meno di trenta anni fa, si siano verificati eventi terribili. Ecco perché Andric è riuscito a descrivere così bene non solo il cuore di una nazione ma la vera anima di una regione intera.

 Non trascurate di visitare Srebrenica e il cimitero di Potocari. Per non dimenticare, certo. Per rendere un doveroso saluto alle vittime, ovvio. Ma anche per rendersi conto che la gente ha voltato pagina e vuole far parte della comunità internazionale con la dignità che spetta a ogni popolo.

Professione Reporter (1975) - Michelangelo Antonioni

Un giovane Jack Nicholson giunge su di un fuoristrada in uno sperduto villaggio del Sahara algerino: interpreta un reporter di successo che ha deciso di abbandonare tutto e rifarsi una vita dall'altra parte del mondo. E' impossibile per il viaggiatore di oggi riconoscere nell'odierna Djanet quel manipolo di abitazioni i cui abitanti , nella pellicola del maestro vincitore della Palma d'oro e del Leone d'oro, si ritrovano tra le loro strade polverose l'istrionico attore che nella sua carriera ha prestato volto, carisma e un'impareggiabile recitazione a una straordinaria diversità di ruoli.

Le strade sono rimaste polverose per carità, e il deserto all'intorno è rimasto affascinante e misterioso come solo il Sahara può mantenersi nei secoli. Ma Djanet è cambiata, e anche parecchio. Nel souk pullula sempre la vita ma i prodotti occidentali sono sempre di più; gli stranieri non giungono più alla sprovvista e i residenti locali li accolgono come unica fonte di reddito. Le mai risolte questioni politiche che affliggono l'Algeria sin dai tempi dell'indipendenza si ripercuotono sul turismo: il Sahara algerino è off-limits per i turisti dallo scoppio delle primavere arabe, e solo il Tadrart, la porzione di deserto a ridosso del confine con la Libia è aperta agli stranieri. Così insomma se il protagonista di Antonioni si barcamena tra Londra e il Sahara il viaggiatore contemporaneo deve al contrario accontentarsi di una ristretta porzione di deserto all'interno del più vasto paese africano per estensione. Una volta partiti da Djanet però ogni rimpianto cede il posto alla magia di un luogo che riesce a far dimenticare guerre, tensioni di confine, rivendicazioni di materie prime e rotte della disperazione. A lasciarsi incantare dal tramonto sulle dune del Tin Merzouga pare impossibile che a una manciata di miglia più in là i trafficanti di uomini abbiano colonizzato zone dove un tempo individui di differenti nazionalità e possibilità economiche si avventuravano a scattare fotografie e a dormire sotto il cielo stellato. Hanno vinto i mercanti della morte: gli eserciti delle nazioni stanziate nel Sahara e i loro alleati occidentali lottano con alterne fortune con organizzazioni malavitose che reggono bene il confronto; uomini, donne e bambini continuano a morire e i viaggiatori si devono accontentare di fazzoletti pattugliati da soldati armati fino ai denti sognando spazi sconfinati sui quali non si capisce più chi abbia effettivo controllo.

E così, tra pinnacoli di roccia modellati dal vento e dai millenni nelle forme più bizzarre,  dune di sabbia spacca ginocchia da risalire e nottate gelide da affrontare – scegliete con cura il sacco a pelo, la tenda fornita dalle guide non serve a niente se il vostro involucro non è buono a proteggervi- agli stranieri è concesso ancora un rimasuglio di incanto che niente può intaccare. Lavarsi, radersi, cambiarsi la biancheria: tutto, qui, è una sfida, ma la ricompensa sarà impareggiabile.

La trama del film non arride al protagonista. Io spero che quella del destino dell'Algeria possa concludersi in maniera differente.

Martin Eden (1909 ) - Jack London

In quella sequela di superlativi che sono le opere di Jack London Martin Eden si staglia come una scintilla particolarmente fulgida. L'opera narra di un marinaio di umili orgini - il Martin Eden di cui al titolo - che si innamora di una ragazza appartenente alla ricca borghesia di San Francisco. E' chiaro sin da subito che la relazione si presenta difficile, poiché i genitori di Ruth non contemplano assolutamente l'eventualità di acquisire come genero uno squattrinato di bassa cultura.

Dopo una serie infinita di traversie romanzesche l'amore tra i due prevarrà, destinato però a spezzarsi perché Martin, che ha deciso di diventare uno scittore, versa in uno stato di perenne difficoltà economica a causa della difficoltà a trarre sostentamento dai suoi scritti.

Raggiunto finalmente il successo e la ricchezza la ragazza si ripresenta dall'uomo nuovo che Martin è diventato, ma è il marinaio adesso ad allontanare la donna con cui aveva sperato di poter vivere. Assillato incessantemente dalla domanda su cosa fosse cambiato in lui prima e dopo il successo il Martin disintegra ogni possibilità di lieto fine abbandonando tutto e tutti a dirigendosi verso il mare con la sua imbarcazione; uno dei suoi ultimi pensieri prima di suicidarsi scomparendo nei flutti è rivolto alle Isole Marchesi.

Le Isole Marchesi sono uno dei cinque arcipelaghi che appartengono alla Polinesia Francese. Un luogo remoto quanto incantato, dove il turismo di massa non ha ancora svilito il contesto  e in cui la bellezza del mare è solo uno degli aspetti che spingono i viaggiatori a recarsi sin qui. Non è un caso che il cuore di Martin Eden abbia rivolto uno degli ultimi pensieri proprio a questi puntini scoscesi disseminati come per capriccio nel Pacifico.

L'alter ego di Jack London ne rammenta con nostalgia l'aria satura di umidità, la dimensione quasi familiare che le pervade, lo spirito di avventura che vi si assapora come in pochi altri luoghi del pianeta.

Le Isole Marchesi rappresentano infatti quasi un'esperienza spirituale per il visitatore, essendo lontanissime dagli altri arcipelaghi dal punto di vista della distanza - sono necessarie tre ore di volo da Tahiti per raggiungerle - e delle caratteristiche del territorio: qui non ci sono barriere coralline e  spiagge e lagune non sono ammalianti come nelle altre isole. Il viaggiatore da queste parti alloggia non in costosi complessi alberghieri ( che non esistono) ma in pensioni gestite a livello familiare. Si dorme in una stanza di un'abitazione privata e si condividono i pasti coi proprietari, preghiere comprese. Si finisce molto presto per sentirsi membri non solo della famiglia ma dell'intera comunità: un bagno serale in compagnia dei marmocchi del luogo, un passaggio offerto senza averlo richiesto, la spesa in una bottega locale.

Quando le ho visitate avevo programmato un soggiorno di soli dieci giorni. Ho optato infine per restare dei giorni in più, sottraendo quindi del tempo alla visita delle altre isole. La mia destinazione seguente era Bora Bora.

Schindler's List (1993) - Steven Spielberg

Lo riconosco: sin da quando ho concepito il progetto di questo blog scalpitavo al solo pensiero di scrivere di Cracovia prendendo spunto dalla pellicola “Schindler's List”. Non tutti sanno che alla regia del film che nel 1994 fece incetta di Premi Oscar era seduto inizialmente l'eterno Billy Wilder; solo in seguito gli subentrò l'iconico Steven Spielberg.

La ricostruzione delle vicende storiche del ghetto di Cracovia, della sua liquidazione e del conseguente trasferimento dei deportati nel vicino Lager di Plaszow risulta quanto mai accurata, anche se oggi ben poco rimane in città di quei tristi giorni. Il campo di concentramento è stato smantellato, il ghetto ebraico non esiste più - ma ne rimane una parte dell'originario muro, riconoscibile da una targa commemorativa - e la fabbrica di Schindler in Via Lipowa è stata trasformata in un toccante museo. La casa di Amon Goett è ancora in piedi ma è un'abitazione in cui dimora abitualmente una famiglia.

A ridosso del Wawel, il castello che oggi custodisce nelle sue numerose sale tesori di inestimabile valore che valgono il prezzo del biglietto, si trova la casa in cui soggiornò Oskar Schindler durante il suo soggiorno a Cracovia, mentre la Rynek Glowny, la Piazza del Mercato, sorge poco distante coi suoi ampi spazi, la famosissima basilica di Santa Maria e il mercato coperto.

La passeggiata lungo la Vistola è l'ideale per concludere una lunga giornata di visite mentre la scelta per reintegrare le energie a tavola è ampia e di qualità. E sarà bene rimettersi in forze per il giorno seguente poiché il quartiere ebraico va esplorato con calma e il cimitero annesso vale ugualmente una visita.

Imperdibili quando si visita Cracovia sono due escursioni fuori porta: la miniera di sale di Wieliczka e, ovviamente, Oswiecim, la località in cui sorgeva una caserma dell'esercito polacco che i nazisti riadattarono a campo di concentramento: Auschwitz-Birkenau.

Delle originarie tre sezioni del Lager solo due sono rimaste in piedi e dunque visitabili: Auschwitz I, il cui ingresso è sormontato dalla notissima scritta in ferro battuto “Arbeit macht frei” e Auschwitz II, Birkenau appunto, il campo con le baracche e la camera a gas- che però i nazisti hanno fatto saltare con la dinamite per occultare le prove del genocidio. Di Auschwitz III, Buna-Monowitz, la sezione in cui fu adibito al lavoro come chimico Primo Levi, non rimane nulla. Oggi su quella porzione di terreno sono state edificate delle abitazioni private.

La corazzata Potemkin (1925) - Sergej Michajlovic Ejzenstejn

Sono in molti ad essere venuti a conoscenza della pellicola concepita dal genio del regista nato a Riga grazie alla famosa parodia concepita da un altro autore geniale, Paolo Villaggio. Ma chi ha poi avuto il coraggio di andare oltre all'apparenza di una tortura insostenibile e ha scommesso su un lungometraggio invece di breve durata (anche se essendone state realizzate diverse versioni i minuti totali divergono a seconda delle copie distribuite) ha letteralmente scoperto un capolavoro immortale.

La trama, basata su fatti veri ma resa attraverso cinque atti parzialmente rielaborati, racconta di una ribellione da parte dei marinai della nave da guerra che dà il titolo alla pellicola a causa di razioni di cibo marcie e piene di insetti. I fatti, che si svolgono nel 1905, vedono le autorità zariste rispondere crudelmente all'insubordinazione, tanto da ordinare ai cosacchi di aprire il fuoco contro i rivoltosi e la popolazione di Odessa che aveva espresso la solidarietà agli ammutinati.

In effetti la scena più celebre del film è stata girata sulla scalinata di Odessa - la “Scalinata Potemkin” appunto - ed è una delle sequenze più note ed amate della storia del cinema. Oggi è ormai assodato che il massacro si è svolto in altre zone della città, ma ogni turista che visita la città fondata alla fine del millesettecento dall'amante di Caterina la Grande (il generale Grygory Potemkin) si reca di gran lena a ridosso della scalinata per rievocare lungo i 192 gradini che la compongono le immagini che l'hanno resa un elemento indelebile della cinematografia.

Per gli italiani la città di Odessa riveste un significato speciale: fondata laddove sorgeva una palude per garantire uno sbocco sul Mar Nero all'Impero russo fu edificata grazie anche all'apporto di maestranze italiane. L'architetto Francesco Boffo ha realizzato proprio la celebre scalinata, mentre il porto fu ricavato nell'insenatura da un personaggio di origini mezzosangue: a memento della grande opera compiuta dal generale ispanico-napoletano Josè de Ribas è dedicata la via pedonale più importante del centro, Vulytsa Deribasivska, dove negozi dai prezzi occidentali fanno sfavillare gli occhi alle ragazze di Odessa, la cui bellezza è leggendaria, e spendere fior di quattrini ai loro fortunati spasimanti. Sovrasta la scalinata il Bulvar Prymorsky, un incantevole viale alberato dove è stata collocata una statua di Pushkin.

Il busto non è l'unico richiamo culturale della città: il Teatro dell'Opera di Odessa presenta in rassegna tutti gli anni stagioni liriche e concertistiche di livello elevato (e a prezzi popolari per gli stranieri, potenza dei diversi rapporti di forza tra le valute) e il Museo d'Arte Occidentale e Orientale invita ad aggirarsi tra le sue stanze per apprezzare tele, porcellane ed altri oggetti artistici di indubbio valore.

Odessa è una città dove agli abitanti si godono la vita. Gli inverni sono meno rigidi che nel resto del paese, così i locali sono sempre pieni di gente e le stesse strade della città vedono nei fine settimana schiere di individui di ogni età trascorrere del tempo insieme – spesso alzando un po' troppo il gomito in verità. Ma è ovviamente d'estate che la città dove Pushkin fu esiliato vibra piu' alacremente di vita.

Le spiagge e i locali notturni di Arkadia brulicano senza sosta di giovani in cerca di divertimento, e laddove un tempo l'aristocrazia russa sfuggiva la calura estiva oggi folle sciamanti cercano avventure amorose e tirano fino al mattino nella tipica atmosfera festaiola che caratterizza un po' tutte le località di mare. Lungo vie un po' decentrate è possibile ritrovare facciate di edifici finemente elaborate e squisitamente decorate, retaggio di un tempo in cui la città offriva lavoro e guadagno a tutti.

La breve storia di Odessa racconta di una fiorente comunità ebraica praticamente scomparsa a causa delle persecuzioni zariste e del fanatismo nazista, che però proprio sulle rive del Mar Nero dovette fare i conti con una resistenza irriducibile.

Corte Sconta detta Arcana (1977) - Hugo Pratt

“Corto Maltese” è probabilmente la banda disegnata più amata dagli italiani. Il marinaio con l'orecchino reso immortale dalle tavole di Hugo Pratt è stato fondamentale nell'edificazione della mia formazione come viaggiatore. La sceneggiatura che mi ha colpito di più tra tutte quelle realizzate dal maestro di Malamocco è quella dell'albo “Corte Sconta detta Arcana”: molteplici sono gli elementi che  lo rendono il mio preferito tra quelli che narrano le avventure del figlio della Nina di Gibraltar.

Vi si ritrovano infatti un po' tutti gli elementi che stuzzicano l'istinto sopito del viaggiatore, che lo provocano in maniera palese e ripetuta, costringendolo infine a metter mano a guide ed atlanti e a procedere ad un rapido esame dello stato delle proprie sostanze. E' tempo di partire nuovamente. La graphic novel più complessa tra quelle del ciclo dell'avventuriero nativo di La Valletta si apre in una delle città più amate dai viaggiatori.

Nonostante un ormai insostenibile flusso di turisti, i periodici problemi legati agli allagamenti della laguna e le difficoltà logistiche che ne caratterizzano la visita Venezia è una delle mete predilette dai viaggiatori di tutto il mondo. Non si tratta neanche di mera bellezza: il capoluogo veneto seduce i visitatori con un fascino dovuti all'unicità di una realtà che vanta numerosi tentativi di assimilazione (l'imitazione è esclusa a priori) ma che rimarrà per sempre un paradigma irraggiungibile.

Da una delle infinite, anguste calli Bocca Dorata – la sacerdotessa di Bahia la cui presenza evoca già di per sé architetture coloniali variopinte, danze sfrenate e temperature tropicali – spedisce Corto come per magia (beato lui che non deve spender soldi per un lungo volo) in una Hong Kong che non esiste più: festoni, giunche e vicoli maleodoranti sono stati soppiantati da grattacieli avveniristici, ritmi di vita accelerati e transazioni bancarie da capogiro.

La baia di Kowloon oggi incanta ancora molti turisti disposti però a scarpinare anche sulle incantevoli alture del ristretto territorio dell'ex colonia britannica. Ma è probabilmente al cospetto di essa che Corto Maltese ci viene presentato dal suo autore per l'unica volta in tutta la collana scontroso e intristito al pensiero di una donna. Poche vignette, un vago riferimento a Surabaya (popolosa e caotica città indonesiana la cui unica attrattiva è una sinagoga, l'unica in territorio indonesiano e tra l'altro in disuso causa mancanza di fedeli) e nessun nome.

“Lei”, l'unica traccia concessa al lettore: non se ne saprà più niente in tutta la saga. Le vicende si spostano quindi a Shangai, forse il simbolo più eloquente del cambiamento di rotta che ha portato il colosso cinese ad imporsi come potenza geo politica ed economica a livello mondiale, per poi assestarsi sulle traversine della Transiberiana in Russia, a ridosso di Irkutsk e Chita. Irkutsk è la porta di accesso al Lago Bajkal, uno dei più profondi del mondo.

I dintorni si prestano a splendide escursioni che permettono di ammirare paesaggi mozzafiato mentre Chita è una moderna città degna di menzione più per il suo passato legato alle vicende dei decabristi che per particolari, attuali attrattive. L'epilogo della storia avviene nello Jiangxi, un territorio della Cina ricco di estremamente scenografici terrazzamenti di riso e di coltivazioni di tè. Non sono riuscito ad appurare con esattezza se Pratt abbia adottato, in riferimento alla protagonista femminile del racconto, il nome di Shangai Lil in ossequio a quello adottato da Josef von Sternberg per la sua iconica musa Marlene Dietrich nel film “Shangai Express”. Ma non importa: abbiamo già fatto un gran bel viaggio.