Una Foto un'Avventura

Canada

Ho visitato il Canada tanti anni fa, quando a una fotocamera digitale di basso prezzo non  corrispondeva una buona qualità dello scatto. Sono dunque sorpreso che questa foto, ripescata dopo anni di oblio per errore nel mio hard disk, mi sembri di qualità eccelsa. O forse è proprio così: la foto sembra buona ma credo che in fondo la risoluzione e la qualità dell'immagine siano piuttosto mediocri. Però questo fotogramma assolve perfettamente il suo compito primario e più basilare, e cioè innescare ricordi piacevoli in me che quel luogo ho visitato e in cui ho trascorso un periodo felice.

 Il Canada è uno stato secondo solo alla Russia per estensione territoriale e presenta una marcata diversità di paesaggi: pianura, mare, montagne, tundra e foreste. Essendo scarsamente popolato il viaggiatore ha spesso la sensazione di possedere il territorio tutto per sé anche se ovviamente non è così.

In quel mio primo viaggio nel paese mi sono concentrato sulla parte occidentale. Atterrato a Vancouver ho trascorso qualche giorno in una città che mi ha sorpreso come poche altre tra tutte quelle che ho visitato. Vancouver è uno dei principali centri abitati del paese ma considerate le dimensioni e il numero di abitanti offre una qualità della vita a dir poco sorprendente. Le vie sono ben tenute, la gente sbriga i propri impegni apparentemente senza lo stress tipico della grande città e il traffico anche nell'ora di punta è raramente congestionato. La perla dell'intero agglomerato è probabilmente lo Stanley Park, un'area verde dove è molto facile dimenticare di trovarsi in riva al mare tra i grattacieli mentre a piedi o in bicicletta se ne percorrono gli innumerevoli sentieri. Credo sia un omaggio alla sete di grandi spazi e di libertà che caratterizza gli abitanti di questo immenso paese, dove anglofoni e francofoni convivono senza attrito alcuno ( giusto un sano campanilismo e nulla più) e in cui, soprattutto, i flussi migratori – rigorosamente controllati in verità- hanno dato vita a comunità che mantengono vivo il legame con le proprie origini ma che si sono integrate alla perfezione sotto le foglie d'acero.

I parchi nazionali di Jasper e Banff offrono itinerari strepitosi a contatto con la natura, ma è bene non dimenticare che orsi, alci e lupi qui sono i veri padroni di casa. Un'ulteriore opportunità per avvistamenti straordinari. Ma è il soggetto ritratto nella foto quello che più mi ha incantato: la sinergia policroma tra acqua, alberi,montagne e cielo appare così perfetta da suggerire un fraudolento utilizzo di programmi per manipolare le foto. Ma non è cosi: la mia prima fotocamera digitale non prevedeva scatti in formato Raw.  Il Lake Moraine  non ha bisogno di trucco alcuno. Garantito.

Yemen

Ieri sera ho sentito al telefono il mio amico Mohammed che abita a Sana'a. In questi casi il canovaccio è sempre il medesimo: ci si aggiorna sulle rispettive esistenze, ci si lamenta della vita sempre più cara e stressante, del fatto che non si ha più tempo per vedere gli amici, si prende atto che gli anni corrono e sembra sempre di non riuscire a combinare alcunchè. Come ogni volta io gli chiedo se sia possibile ritornare a visitare il suo paese, e per l'ennesima volta il suo “Forget it!!!...” mi rammenta che lo Yemen versa in uno stato di guerra perpetuo anche se i media non se ne curano affatto.

 E così, dopo i saluti di rito e l'invito di tornare a trovarmi rivolto all'amico che mi ha portato dappertutto in quello splendido paese chiudo la comunicazione Whatsapp e accendo il computer. E mi guardo un po' di foto.  

Ricordo di aver trascorso il mio compleanno sull'isola di Socotra, un angolo di paradiso sospeso tra la Somalia e lo Yemen – al cui territorio appartiene- ma di fatto un reame incantato che geograficamente e paesaggisticamente fa storia a sé. E richiamo alla memoria anche il villaggio sperduto nel Wadi Hadramaut da cui, bambino, il padre di Osama Bin Laden è emigrato con la propria famiglia per poi far fortuna in quel della Mecca.

 Aden mi aveva dato l'impressione di essere tenacemente ancorata al proprio retaggio coloniale come se il viale di ingresso in città attendesse ancora i reali d'oltremanica, ma in compenso le moschee dell'intero paese risultavano inaccessibili a chi non avesse aderito all'Islam.

 Le mura della città vecchia di Sana'a custodiscono ancora gioielli architettonici che svettano verso il sole oscurandone la vista? Il bazar della capitale si anima ancora nel pomeriggio allorquando le donne, dopo aver sbrigato le faccende di casa, si catapultano in strada ad acquistare il necessario? Come faccio a rivolgere domande così banali a Mohammed, che a sua volta si sente a disagio tutte le volte che mi invita a masticare un po' di qat come ai bei tempi ben sapendo che tanto laggiù non lo posso raggiungere.

 E allora che diamine, che altro posso fare se non aprire qualche file che mi risarcisca almeno in parte di questo amaro freno da mordere? E così recupero le foto relative a quel viaggio che mi stanno più a cuore, quelle scattate nel nord del paese. Per raggiungere il villaggio di Shahara ( con la “H”, niente a che fare col deserto africano) ci vuole un viaggio impegnativo attraverso un paesaggio straordinario. La notte fa freddo qui in quota ma il sole del mattino invita ad aggirarsi tra i terrazzamenti e i villaggi in barba a sete, fame e fatica. Sentieri da capre, camminamenti a strapiombo, villaggi fuori dal mondo, uomini fieri e sospettosi ma ospitali.

 Forse è meglio che spenga il computer. A che serve farsi ancor di più sangue acido?

Atollo di Mili

 

Beh questa è stata più che altro una disavventura!

Dopo estenuanti tentativi ho trovato un guscio di noce che da Majuro, la capitale delle isole Marshall, si dirige verso l'atollo di Mili per trasportare sull'isola principale la copra che gli abitanti delle isole esterne hanno raccolto. Insieme con gli altri passeggeri staziono a ridosso di un molo minuscolo da cui, ci è stato detto, l'imbarcazione dovrebbe partire.

“ La partenza è prevista per le ore 20, ma siccome il tragitto è lungo se riusciamo si parte anche prima. Vieni verso le 19.30, se i passeggeri ci sono tutti partiamo” .

 Valentino si chiama il proprietario dell'imbarcazione, ed è con queste parole che ha fatto scivolare i miei soldi, rigorosamente in anticipo, nella tasca dei suoi calzoni logori dandomi a intendere che se arriverò tardi perderò contante e passaggio. Insomma alle 18 sono già lì ed è dunque comprensibile che quando verso le 21 non vedo ancora nessuno cominci a sentirmi turlupinato. Realizzo solo ora che non ho un numero di telefono nè altro recapito... ma è la delusione per il mancato viaggio che più mi brucia: sin da prima di programmare questa mia ennesima puntata nel Pacifico avevo messo in conto di recarmi a Mili e qua va a finire che mi tocca rinunciare al progetto. Dopodomani proseguo per Palau e dunque se salta stasera non potrò rimediare. E chi ci torna più qui, alle Marshall?

 Alle 22.30 circa Valentino ( ero così contento di vederlo che non mi son ricordato di chiedergli il perché di quel nome italiano) e gli altri passeggeri arrivano al molo, il capitano mi stringe la mano come se un ritardo di ore non contasse per niente e comincia a caricare la stiva del suo natante. Siamo partiti per Mili dieci minuti prima di mezzanotte.

 E' luna piena. E il mare è una tavola. Per disinnescare ogni possibile rischio di mal di mare, mi sono disteso sul fondo del battello a poppa. C'è spazio per tutti, e il materassino che mi sono portato mi protegge dall'umidità e dalla durezza delle assi di legno. Lo zaino mi fa da cuscino ( ho pensato a tutto) e mi sono sdraiato con lo sguardo diretto verso il nostro satellite. Lo sciabordio concilia il sonno ma per fortuna riesco a resistere abbastanza da godermi un candore che sembra quasi giorno e che riverbera sul mare con bagliori argentei. Quanto amo il Pacifico!

 Poco prima di addormentarmi mi complimento con me stesso per lo scampato pericolo e già pregusto la visita che comincerà all'alba appena sbarcati sull'isola. Ho deciso di recarmi a Mili perché so per certo che nella foresta all'interno dell'atollo sono ancora disseminati- e facilmente rinvenibili- reperti del secondo conflitto mondiale. Casematte, proiettili inesplosi, ruderi di mezzi motorizzati e soprattutto uno “Zero” giapponese quasi intatto.

C'è poi il fattore mistero che aggiunge adrenalina alla missione: per un certo periodo di tempo si è vociferato che Amelia Earhart non sia morta davvero nella sciagura aerea che tutti ormai danno per certa ( corpo e aeromobile, l'Electra, non furono mai ritrovati) ma che si fosse nascosta proprio sull'atollo di Mili. Una leggenda metropolitana a cui non crede  nessuno, ma al sottoscritto basta il solo profumo ( fake new) del mito per mettersi in viaggio. Ho sempre ammirato quella donna che aveva sfidato il mondo per vivere come desiderava e così, dopo averle reso un veritiero tributo in quel di Lae ( è nella Papua Nuova Guinea che è stata vista viva per davvero l'ultima volta) eccomi qui a inseguire un fantasma che solo chi vuol vedere può incontrare.

I compagni di viaggio ronfano, il mare ha disattivato l'attrito e il lato in chiaro della luna vigila. Buona notte.

 Arriviamo, infine, a Mili. Valentino mi fa sbarcare sulla spiaggia ininterrotta che circonda l'atollo. “ Trovati qui per le 13, carico la copra qui intorno e poi si torna a Majuro”.

“Yes, sir” scodinzolo io tutto felice di esser giunto – e nemmeno troppo anchilosato- a destinazione. Gli abitanti dell'atollo mi guardano come un marziano, il luogo è sperduto nell'Oceano Pacifico e non ci sono strutture ricettive: fin qua non si spinge nessuno tranne i residenti abituali. Chiedo di essere presentato al capo del villaggio prima di andarmene in giro per l'isola: nel Pacifico si fa così, non c'è una tariffa di ingresso da pagare ma è necessario segnalare la propria presenza all'autorità locale in maniera tale da poter andare in giro senza patemi. Il capo però dorme ancora della grossa, e dopo un conciliabolo di venti minuti i tizi che mi hanno portato a ridosso della capanna dove il boss è alloggiato decidono, non senza titubanza, di darmi il via libera. Mi stilano su di un foglio una mappa accurata dell'esatto punto nella foresta in cui posso trovare lo “Zero” e finalmente posso andarmene in giro.

 I resti dell'aereo fagocitati dalla vegetazione tropicale; cannoni ormai erosi dal sale; proiettili e granate nei cortili delle case, coi maiali che li sniffano ripetutamente come se non sapessero già che non si tratta di roba commestibile.

Gli sguardi sorpresi della gente e poi subito dopo la loro più banale indifferenza nei confronti di questo tizio con la macchina fotografica, che saluta tutti felice come se fosse nel mondo dei balocchi. Finisco dall'altra parte dell'isola; di fronte, la sconfinata distesa oceanica. Ho visto tutto. Mi sdraio su di una spiaggia ristretta, che l'innalzamento dei mari potrebbe fagocitare in due decadi, con vista sull'infinito. Noci di cocco sventrate dai ratti sono riverse sulla sabbia, detriti di plastica stazionano a riva trasportati da onde oggi gentili ma capaci di devastare una costa quando alimentate da venti che, da queste parti, non conoscono ostacoli. Che ore sono a casa mia? Che stanno facendo amici e colleghi, genitori e parenti, concittadini o anche solo gli abitanti di Majuro? Quesiti inutili, spiaggiato su quest'isola; sento solo di appartenere nient'altro che a me stesso.

 Alle 12.30 sono già sulla spiaggia principale dell'atollo: domani si vola indietro nelle Filippine via Palau e quindi non si può rischiare. Il sonnolento arenile è preda di una febbrile attività: tutti aspettano Valentino per vendergli la propria copra.

Così con una sola oretta di ritardo si riparte verso Majuro: i passeggeri non sono quelli dell'andata tranne il sottoscritto e la barca è stracarica di noci di cocco essiccate al sole. Ma non è pericoloso mettersi in mare così carichi? Non è che finiamo ai pesci???

“ Tra cinque o sei ore saremo a casa, ma arriveremo nel cuore della notte”.

Se lo dice il capitano...

 E così questo puntino sabbioso pugnalato da palme slanciate si congeda alla vista dopo ogni flutto, e non posso non chiedermi se mai più tornerò a visitare questo angolo di paradiso così remoto da assomigliare, talvolta, a una prigione. Sono contento però, alla fine ho visto quel che volevo e ora c'è solo da tornare indietro.

A sfavore di vento... i flutti adesso ci montano contro, e dopo pochi minuti gli spruzzi hanno inzuppato quasi tutti i passeggeri. Io mi son rifugiato col caro Valentino nel bugigattolo dove c'è il timone e il GPS che lo guida verso casa - ora a trecentosessanta gradi si vede solo il mare, e devo dire che a differenza dell'andata avverto un certo disagio durante la navigazione. Qualcuno vomita, qualcun altro affronta coraggiosamente le sferzate dei flutti ( ma non credo sia coraggio quanto la forza dell'abitudine e la mancanza di alternative) e io mi consolo al riparo di una vetrata su cui stridono tergicristalli di proporzioni ridicole. In ogni caso Valentino guarda solo il GPS.

Dopo sei ore di montagne russe l'unica consolazione sono le luci in lontananza della costa. Valentino smorza il mio entusiasmo: “ Mancano ancora due ore all'attracco” ma il problema non è il mal di mare quanto il motore. Il propulsore che sospinge questa baracca stracarica è posizionato proprio sotto al nostro sedile, e così in questo anfratto adibito alla guida del natante ristagna un caldo infernale; di sedersi neanche a parlarne, le natiche andrebbero a fuoco. Di uscire all'aperto men che meno: i passeggeri stanno congelando ormai fradici da ore. Eccomi dunque a contare ogni singolo miglio marino che ci separa dal molo di partenza, con le luci della costa che sembrano rimanere sempre alla stessa distanza.

 La tortura termina proprio quando ho mollato mentalmente, senza più fare calcoli relativi a distanze e tempistiche. Mi si materializza come per incanto innanzi agli occhi il molo, manco mi sono accorto che siamo entrati in rada.

Sono le due di notte. Fuoriesco dal buco a quattro zampe, dolorante, come ubriaco, sfinito, grato agli dei del solo fatto che tra quattro ore devo presentarmi all'imbarco per volare a Manila.

“ Grazie Valentino per avermi accompagnato, se non ci fossi stato tu...”

“ Domani sera, se vuoi venire, ripartiamo per raggiungere l'atollo di...”

“Guarda ti ringrazio ma io tra poche ore volo a Manila e poi da lì a casa mia. Peccato, sarei venuto volentieri, gli atolli esterni sono davvero così diversi da qui...”

“ Infatti, non capisco perché i turisti non vogliano mai venirci: sei il primo da anni a questa parte che ha voluto viaggiare con noi. Per tutti noi è stata una bella novità”. Ma ormai il Valentino non mi guarda neanche più: sta già scaricando la copra, e quelli che sono venuti a prenderla lamentano di aver aspettato delle ore. “ C'era mare grosso...” lui di rimando.

Non ho incontrato traccia alcuna del passaggio di Amelia Earhart.

Australia

 

“Ricordati di fare il pieno appena arrivi!” Me lo hanno detto così in tanti che non ho dubbi che rispetterò la consegna. E d'altro canto sono ben conscio del rischio: rischio di rimanere bloccato lì fino al giorno dopo; non che sia un posto pericoloso, beninteso. Però insomma sarà bene organizzarsi al meglio così da essere di ritorno la sera stessa. Ed ora a nanna, non ho che poche ore di sonno a disposizione.

 Uluru è un enorme monolite che si trova nel cuore del territorio australiano. Meglio noto come Ayers Rock, è uno dei simboli del paese e al contempo della comunità aborigena stanziata in territorio australiano. E' uno dei “must” per chi visita il paese, ma una volta giunti fin qui si può aggiungere un po' di pepe all'itinerario. A oltre 400 chilometri da Uluru si trova un altro luogo fantastico da visitare: Il King's Canyon. Se Ayers Rock è di fatto un enorme blocco roccioso che si staglia solitario nel bush, il King's Canyon è una camminata che attraversa una fenditura nel territorio che consente di attraversare un paesaggio più variegato, caratterizzato da bizzarre formazioni rocciose la cui tonalità rossastra, amplificata dalla luce del sole, pare dispiegarsi apposta per coordinarsi col verde della vegetazione presente nel canyon.

 La gita da queste parti però va programmata con attenzione. Il tragitto tra Uluru e il King's Canyon attraversa di fatto il deserto, e se l'asfalto  in ottime condizioni consente una guida sicura è bene prestare attenzione ad altri fattori. Cartelli stradali segnalano la presenza di cammelli che si aggirano effettivamente tra la bassa vegetazione all'intorno. Un'immagine che ti spiazza mentre sei concentrato alla guida: in un immobile silenzio surreale, nel mezzo del niente ecco che questi ciondolanti quadrupedi si materializzano come provenienti direttamente dal Sahara, pacifici e timorosi al contempo.

 Può risultare sconcertante guidare per ore senza incontrare anima viva, finché non ti tocca sorpassare un autotreno che viaggia a velocità ridotta. Quello che in altri paesi sarebbe un semplice sorpasso in Australia è invece una manovra assai delicata. I camion da queste parti, concepiti per spostamenti di lunghezza biblica, sono dotati di circa un'ottantina di ruote e così la lunghezza complessiva del veicolo costringe a tempi di superamento dilatati. Bisogna fare attenzione che non giunga nessuno in direzione opposta, perché può volerci fino a un intero minuto per completare il sorpasso.

Giunti finalmente a destinazione non ci si può concedere la soddisfazione che sempre si manifesta una volta conseguita la meta: l'aspetto principale dell'intero viaggio di cui tener conto è che tra le due località non ci sono stazioni di servizio... bisogna partire da Uluru col serbatoio pieno, e tocca fare uguale una volta terminata l'escursione al King's Canyon. Non basta infatti un singolo pieno per l'andata e il ritorno. E rimanere in panne nel mezzo del bush senza benzina, di notte quando la temperatura cala drasticamente e probabilmente nessun altro automobilista si trova nei pressi è un rischio che sarebbe meglio evitare.

Così eccomi tornato alla civiltà fin troppo repentinamente, in coda al distributore che manco a dirlo ha dei prezzi più elevati rispetto al resto del paese, in attesa di rifornire l'auto a noleggio prima di potermi dedicare finalmente alla sospirata giornata di escursione nel canyon. Che mi ha ripagato ampiamente dello sforzo intrapreso: un saliscendi per niente faticoso tra bizzarre formazioni rocciose, tonalità accese e panorami a vista d'occhio valevano la levataccia e la lunga scarrozzata.

Il pieno l'ho fatto, le foto sono al sicuro nella scheda, e dovrei arrivare ad Uluru a ridosso del tramonto. Peccato solo che al ritorno la guida sia sempre meno interessante che all'andata e che lo stesso paesaggio risulti meno magnetico che in mattinata. Ma oggi è andata bene così.

Pakistan

E' praticamente impossibile ricomprendere in un solo scritto tutto quello che ci sarebbe da dire sul Pakistan. La Repubblica Islamica staccatasi dalla costola indiana il 14 agosto del 1947 su impulso del suo padre fondatore, Mohammed Ali Jinnah, è uno dei paesi più misconosciuti e controversi dell'intera comunità internazionale. Noto soprattutto per un'atavica crisi diplomatica con la vicina India, per una corruzione dilagante e per aver dato sostegno logistico e politico ai Talebani- nonché per numerosi e sanguinosi attacchi terroristici- il Pakistan è un paese caratterizzato da un pluralismo paesaggistico ed architettonico a dir poco stratosferico.

Se le coste non rappresentano in verità un'attrazione imperdibile, i deserti e le pianure possono costringere i viaggiatori a trascorrere molto tempo tra templi e forti in rovina, mentre antichi santuari e suggestive moschee sono aperte ai visitatori di ogni credo e nazionalità: basta solo dimostrarsi discreti durante gli orari delle rituali preghiere.

Ma è nella vallate, nelle zone alpine e al cospetto delle montagne del paese che ci si complimenta con sé stessi per la scelta di aver sfidato pregiudizi e sguardi terrorizzati dei conoscenti giungendo infine sin qui.Ci vorrebbero giorni interi per descrivere i paesaggi montani del Pakistan, la maggior parte dei quali sono, incredibilmente, inesplorati.

Quattro dei quattordici “ottomila” del pianeta si stagliano all'interno del suo territorio, con il K2 che coi suoi 8611 metri di altitudine troneggia sul versante pakistano e su quello cinese in qualità di seconda vetta più alta del pianeta.Le vallate dell'Hunza non sono da meno in quanto a maestosità, e il Nanga Parbat vi costringerà ( senza rimpianti in verità) ad una pausa durante il vostro viaggio via terra nel paese - se optate invece per spostarvi in aereo assicuratevi un posto vicino al finestrino, non ve ne pentirete.

Ma è la gente del Pakistan che si approprierà del vostro cuore.Pashtun, Baluchi, Sindhi, Sikh, Kalash, Punjabi- nonchè una nutrita comunità di rifugiati afghani- paiono quasi attendere con impazienza il vostro arrivo, per invitarvi tra le pareti domestiche a sorseggiare uno zuccheratissimo tè, condividere un pasto, combattere l'arsura con una bibita fresca o semplicemente trascorrere pigramente del tempo insieme.

Sono ancora tanti i problemi che affliggono il paese, e a dire il vero non appaiono di rapida e facile soluzione. Ma tra un sito archeologico, una vetta incappucciata di neve, un bazar vibrante di vita e un invito caloroso il viaggiatore non se ne accorgerà neppure.

Kyoto

 

Si dice che Kyoto sia una delle città più belle del mondo.

Di certo è la mia preferita.

L'Ente del Turismo Giapponese computa con orgoglio il numero preciso di templi e santuari, elargisce preziosi consigli sulle ryokan in cui soggiornare, calcola con un margine di errore prossimo allo zero il giusto periodo della fioritura dei ciliegi.

I giapponesi stessi suggeriscono di recarsi in visita alla città anche in autunno, quando i colori del fogliame degli alberi che abbelliscono i numerosi parchi sono stupefacenti. A Kyoto la proverbiale efficienza dei mezzi di trasporto giapponesi risulta, come dire, inessenziale, poiché il reticolato in cui è geomatricamente suddiviso il centro della città - che non è una megalopoli come Tokyo - si presta perfettamente ad essere esplorato in bicicletta.

Suggerire un itinerario è impossibile: intendo dire che dovrei tenervi incollati a leggere questo blog per intere ore, mentre numerose sono le guide accurate che possono accompagnarvi nella visita permettendovi di godere appieno del pluralismo paesaggistico ed architettonico di Kyoto.

Vi saluto dunque con un consiglio che spero mettiate in pratica: programmate un soggiorno di almeno una settimana a Kyoto. Il classico tour prevede tre o quattro giorni di permanenza, e i visitatori ripartono sempre soddisfatti alla volta della seguente destinazione. Ma se vi tratterrete qualche giorno in più consentirete alla città di adottarvi, regalerete a voi stessi interessanti gite fuori porta (il Kurama-Dera è da non perdere, segnatelo sul vostro taccuino!) e darete modo ai giapponesi di abituarsi alla vostra presenza e considerarvi ospiti e non turisti.

Dovrete alzarvi di buon'ora e scarpinare ( o pedalare) parecchio; preparatevi a un'indigestione di tegole, statue e portali e non dimenticate i musei.

Ho dimenticato qualcosa?... Ah sì: ovviamente, portatevi la macchina fotografica!

Argentina

Distanze infinite... strade deserte e spesso sterrate, traffico ridotto al minimo, la presenza umana assai rarefatta. Altopiani spazzati da un vento implacabile e situati a quote elevate su cui svettano cime frastagliate; formazioni rocciose scolpite in forme impensabili e dipinte con tonalità intense. Pianure sconfinate.

Sparuti agglomerati dove rifornire il veicolo di carburante e assaporare una carne dal sapore leggendario, cotta a puntino su carboni ardenti. Il sorriso spontaneo e la calda accoglienza di un popolo che ha conosciuto il terrore, la crisi economica ed è tutt'ora ostaggio di un'inflazione spietata. Ci vogliono molto tempo e tanta pazienza per visitare l'Argentina, perlomeno se si vuole andare in cerca di qualcosa che esuli dagli itinerari più battuti.

Il dedalo di strade perpendicolari e parallele di Buenos Aires, gli immensi ghiacciai del sud del paese e Ushuaia, la città più a sud del mondo che guarda idealmente all'Antartide al di là dello stretto di Drake costituiscono indubbiamente le mete turistiche di richiamo maggiore per il grande pubblico; ma per chi se la sente di trascorrere numerose ore - che appaiono interminabili a dire il vero -  alla guida attraverso strade che si dissolvono nell'infinito la ricompensa è cospicua.

Le cifre sui cartelli a bordo strada possono risultare scoraggianti, specie quando non si incrocia un veicolo da ore e il cellulare non riceve alcun segnale. Ma proprio quando lo sconforto pare aver preso il sopravvento l'ottavo paese del mondo in termini di estensione gratifica i suoi ospiti con dei doni inaspettati. Pueblos che si materializzano dal nulla in cui le piazze, le scuole e le chiese brulicano di vita, oppure nugoli di cactus che si ergono spettrali nella luce del tramonto; bizzarre formazioni rocciose e strapiombi scenografici (ma fate attenzione alla carreggiata...) infondono energie insospettate al viaggiatore, che giunge infine alla meta prefissa come se si fosse spostato senza attrito, quasi sospinto benevolmente dall'incanto di una terra austera e incantevole.

Buona parte del merito dell'impresa va condiviso certamente con gli individui cui egli ha concesso un passaggio, in una dinamica di aiuto reciproco che in un contesto come quello argentino assume valenza universale. E' per questo motivo che egli rifiuta la pur sollecita proposta di dividere le spese per il propellente: lui ha messo il trasporto e il passeggero  la compagnia. Così, tra una scarpinata alle pendici dei torrioni del Paine e una scarpinata coi ramponi ai piedi nel parco “Los Glaciares” lo straniero si riscopre in attesa di un altro incontro, al riparo di un'inferriata di un bar della capitale davanti a una Quilmes o dietro l'angolo di una strada sconnessa e polverosa. L'Argentina è grande come il cuore dei suoi abitanti e la bellezza del suo territorio.

Mauritania

“In Mauritania il deserto vive!” E’ con questa frase sibillina che il mio amico Idoumou mi ha convinto a visitare il suo paese. Confidandomi con l'atteggiamento di chi svela un arcano che la parte sahariana della Mauritania non offre solo dune a perdita d'occhio e paesaggi mozzafiato. Tra queste sabbie prevale la vita, mi raccontò una volta il mauro regalandomi il draa, l'abito tradizionale che non avrei però usato una volta recatomi nel suo paese.

A prima vista mi era sembrata una trovata un po' eccessiva, quasi provocatoria, in contrasto con l'immaginario che ognuno di noi ha del deserto e cioè di uno spazio sconfinato dove l'acqua scarseggia, i cellulari non prendono e un veicolo in panne può significare la morte. Ma Idoumou aveva ragione: in Mauritania, il deserto vive davvero.

La vita serpeggia sull'immenso mare di sabbia, nelle innumerevoli forme che il vento scolpisce sulle dune e nelle differenti tonalità che queste ultime assumono a seconda dell'ora del giorno. In questo deserto che pare sorgere come per una agognata rivincita dalle acque dell'Atlantico la vita sussurra di paesaggi primordiali in un vento incessante, assorda in un silenzio denso e ammaliante, si rivela a un occhio attento nelle tracce di minuscoli rettili e caparbi volatili.

La vita nel deserto pulsa nello splendore senza tempo del cielo notturno che lo sovrasta; racconta di millenni passati nelle pitture rupestri scolorite dalle intemperie e trionfa su distese incommensurabili negli sparuti arbusti che approfittano di rare precipitazioni per vincere una battaglia che appartiene a una guerra già perduta. Nel Sahara mauritano la vita comunica nel corretto idioma castigliano parlato dai nomadi del Fronte Polisario, intrigante interstizio tra  l’hassanniya dei conquistatori arabi e il francese dei colonizzatori europei.

Vita preziosissima è quella tramandata dagli inestimabili manoscritti di Ouadane e Chinguetti, e viventi sono quelle donne e quegli uomini che sfidano ogni giorno della loro vita un calore opprimente, il gelo notturno, la polvere onnipresente, la scarsità d'acqua, la lontananza dalle conquiste dell'era moderna. Il simbolo che riassume e sublima il segreto dell'esistenza nel deserto è la cerimonia del tè.

Non c'è incontro, nel deserto, che non culmini con la preparazione di questa sostanza servita sempre incandescente ed eccessivamente zuccherata.

I carboni ardenti adagiati sulla sabbia, le teiere minuscole, i bicchieri riutilizzati più volte e le chiacchiere distesi sulla stuoia sono tutti elementi di un rituale che risale ai tempi delle carovane di sale,  oro e  mercanzie che stipati su mansueti cammelli trasportavano i segni del benessere in questi luoghi estremi e inospitali. In Mauritania, il paese che unisce e al contempo separa  l'Africa nera e quella che si affaccia sul Mediterraneo, il deserto è davvero un'entità viva.