Afghanistan

 

“Distruggendo i Buddah di Bamyian abbiamo solo
fatto saltare in aria un mucchio di pietre.”
Mullah MOHAMMED OMAR
leader talebano

L'Afghanistan è un paese stupendo. Non date retta a coloro che lo denigrano perché fuorviati dai consueti stereotipi, oppure tratti in inganno da alcuni dati di fatto imprescindibili ma strumentalizzati ad arte, se non addirittura sottoposti all'attenzione del pubblico in modo scorretto a causa di una errata valutazione dell'intero contesto. Le immagini e i reportages diffusi dai media raccontano di territori aridi e inospitali, conflitti armati costanti, aggressioni brutali e problemi insolubili, ed è innegabile che il paese sia affetto da annose, ataviche questioni, ciascuna di esse di rilievo notevole. Ma nessuno si degna di menzionarne i paesaggi mozzafiato, la cultura unica, la storia millenaria, la popolazione straordinaria che vi risiede. Se volete sperimentare in prima persona il vero significato del termine “viaggiare” è questo uno dei pochissimi paesi al mondo che lo consenta davvero. Nemmeno in destinazioni per così dire estreme quali l'Iraq, la Corea del Nord o il Pakistan (una realtà che presenta numerosi aspetti in comune con la terra afghana e da cui originano molti dei suoi problemi) potrete sperimentare ciò di cui si è invece testimoni in Afghanistan. Ogni paese si presenta come unico, offrendo al visitatore esperienze ed attrattive irripetibili, è assodato. Ma in Afghanistan questo principio sublima a livello di un superlativo assoluto. Le sorprese che questa terra montagnosa e al contempo desertica regala ai viaggiatori sono ineguagliabili. Molto si è scritto sul paese, numerosi individui hanno esternato la propria opinione, e come sempre si verifica in ordine ad ogni argomento la trattazione si è sviluppata in buona o mala fede, riservando un occhio particolare ad aspetti anche assai differenziati tra loro, evidenziando le criticità manifeste, suggerendo possibili soluzioni, lamentando l'impossibilità di poter gestire situazioni assai delicate. Talvolta alcuni scrittori indipendenti hanno narrato la propria esperienza, di certo in molti hanno esposto le proprie, personali impressioni. E di questo si tratta in fin dei conti: della maniera in cui questa realtà ha segnato chiunque si sia presentato al suo cospetto. Ciascuno possiede il suo Afghanistan e soprattutto ognuno ha la sua verità, arroccato tra i bastioni della propria visuale e per niente disposto a concedere nemmeno un millimetro all'opinione altrui: pertanto è solo recandosi in visita nel paese che risulta possibile la comprensione di tutti quegli avvenimenti troppo in fretta inscatolati in comodi e banali cliché, ed è solo allora, forse, che la stessa verità personale sarà in grado finalmente di presentarsi, se non assoluta, quantomeno aliena da pregiudizi.

 Non si tratta infatti di scegliere la spiaggia migliore, il monumento più imponente, il ristorante più in voga. La realtà afghana è così variegata e complessa da presentare uno stimolo al quale ciascuno reagisce in maniera propria e personale. Non importa quante informazioni possiate aver raccolto sul paese, quanto accuratamente vi siate preparati alla visita, di quanta pregressa esperienza di viaggio possiate far mostra nel vostro carnet.
Qui si parte da zero.
L'Afghanistan non è luogo in cui recarsi da sprovveduti. Non bastano consigli, guide turistiche, descrizioni dettagliate. Un viaggio in questo paese parte col piede giusto solo se una vera e sincera motivazione precede le procedure per l'ottenimento del visto. Ci si può spingere sino a qui per vantarsi di aver sfidato il pericolo, per aggiungere un timbro al proprio passaporto o perché stimolati dall'ordinaria curiosità, il fattore chiave che può condurre sia a una breve gita fuori porta sia dalla parte opposta del mondo. Ma per trarre il massimo dall'unicità che il paese riserva a chi vi si avventuri con cognizione di causa è necessario prepararsi a dovere. Dovrete pretendere molto da voi stessi, e al contempo essere in grado di donare molto di voi stessi.
La ricompensa sarà ineguagliabile.
Quand'è che veramente ci si appresta a partire? Quando insorge l'idea di una destinazione, quando si sale su un mezzo di trasporto, o quando si giunge infine al luogo prescelto? Di certo, quando si ha bisogno di un visto di ingresso per recarsi in un paese il viaggio comincia negli atri di un'ambasciata o di un ufficio consolare. L'ambasciata dell'Afghanistan a Roma, come del resto ogni ufficio di rappresentanza consolare situato ad ogni latitudine, costituisce un fedele preambolo, sorta di piccolo assaggio del paese che rappresenta. Diversi cittadini afghani vanno e vengono attraverso i cancelli dell'edificio, attentamente sorvegliati dai militari, allo scopo di espletare formalità inerenti a specifiche esigenze, ma anche numerosi cittadini italiani vanno e vengono alla stessa stregua degli asiatici, in coda tra loro per esporre delle necessità o presentare particolari richieste. Il personale italiano degli uffici si dimostra cordiale e disponibile nei confronti di tutti gli utenti e, almeno per quanto mi riguarda, è stato il mio primo punto di contatto con l'agognata destinazione.
Diciamolo apertamente: la procedura per l'ottenimento del visto è una vera e propria formalità vessatoria. Attenzione però: richiedere il visto d'ingresso per un qualsiasi paese non significa solamente impelagarsi in un mero iter burocratico. Si tratta invece di intraprendere un percorso ad ostacoli vero e proprio che richiede concentrazione, precisione e rigore poiché ad ogni tappa corrisponde un'insidia che potenzialmente può mandare tutto in malora. Il preciso numero richiesto di fototessere, il modulo compilato in ogni suo dettaglio, i versamenti per le spese relative. È opportuno prestare molta attenzione a tutti i vari passaggi previsti dall'intera procedura perché anche un dettaglio apparentemente insignificante può pregiudicare il buon esito della richiesta, passibile ad ogni momento di essere rigettata, e così insomma eccoti lì a leggere attentamente tutte le istruzioni per non dover scoprire, ovviamente a ridosso della partenza , che uno spazio mal compilato o un qualsiasi altro imprevisto ti costringono a dover ricominciare da zero. Poi c'è la faccenda della lettera di invito: senza questo documento formale, del visto, neppure a parlarne. La persona che mi farà da guida nel mio giro ha ovviamente provveduto ad inviarmela: chiaramente redatta in inglese, dovrebbe essere accettata dal console preposto ad esaminare ogni richiesta di ingresso nel paese. In via Nomentana a Roma, al momento di presentare l'intera documentazione, ho la fortuna di poter illustrare di persona alla Signora Console le motivazioni che mi spingono a voler visitare il suo paese; mi son già recato in tutti gli altri paesi dell'area, le dico, e ora, dopo aver sognato a lungo di completare l'opera mi sono organizzato per concludere il progetto Asia centrale. Il (o dovrei dire “LA”? Ministro e ministra, sindaco e sindaca...il determinismo esige ormai anch'esso il suo tributo di tempo e di speculazioni terminologiche, speriamo solo che non ne approfittino per un'ulteriore, scadente e mediocre programma televisivo) console, vero prototipo della donna afghana, siede nel suo studio da cui sovrintende alle molteplici attività che caratterizzano l'operato di ogni ambasciata, e mi accoglie invitandomi a prendere posto di fronte a sé. La signora che mi sta ora ascoltando pazientemente è contraddistinta da un fisico slanciato, da un aspetto distinto, raffinato e signorile; il contegno con cui affronta le proprie responsabilità denota l'abitudine a ricorrere a modi stringati, imprescindibili per espletare un incarico che per sua stessa natura poco spazio può concedere a inutili perdite di tempo e a postulanti importuni. Mantenendo tra sé e il richiedente una sorta di barriera invisibile, quasi a tracciare un confine tra i due, una precauzione che però non sortisce l'effetto di farmi avvertire alcun disagio, la donna proveniente dall'Asia centrale mi osserva impassibile mentre con tutto l'entusiasmo soffocato da anni e scoperchiato vigorosamente ora che finalmente sono riuscito ad organizzare l'impresa, mi accingo ad illustrare dettagliatamente l'itinerario che intendo seguire una volta sbarcato nel suo paese. Il console approva con impercettibile assenso il mio progetto di visitare Kabul, Herat e Mazar-I-Sharif ma rimarca, senza alcuna ombra di allarmismo in verità, che percorrere la strada centrale che collega i due principali centri afghani potrebbe rivelarsi pericoloso. Le rispondo così, senza però dar mostra di sottovalutare la sua indicazione subliminale, di essere perfettamente consapevole di eventuali imprevisti (definirli così mi rassicura, esorcizzando il timore di sequestri e atti violenti che invece si verificano talvolta proprio nelle zone che intendo visitare) che possano inficiare l'itinerario come da me predisposto, ma che il mio accompagnatore è persona meritevole di assoluta fiducia: il suo lavoro consiste proprio nello scortare regolarmente i membri dell'Onu o della Croce Rossa che prestano servizio nel paese, conosce il territorio alla perfezione e mi ha chiarito in anticipo che certi luoghi saranno assolutamente off limits alla visita per ovvie ragioni di sicurezza. Sono ormai giunto al termine del mio panegirico, vera e propria captatio benevolentiae volta ad esprimere sinceramente le mie intenzioni e motivazioni. Ho ritenuto importante dettagliare minuziosamente il mio progetto e soprattutto esternare onestamente quel che mi spinge a voler visitare il paese, nella speranza che chi mi siede di fronte sia stato in grado di penetrare, nel poco tempo a disposizione, la spontaneità e la semplicità di fondo che stanno alla base della mia richiesta. Ora la questione si è spostata dall'altra parte della scrivania, dove, sempre imperturbabile e apparentemente indifferente alla vicenda, il console mi osserva coi suoi impenetrabili occhi di giada, soltanto una tra le ricchezze che possano ritrovarsi nel ricchissimo sottosuolo afghano, e parimenti soltanto una delle sfumature che possano ravvisarsi nelle iridi delle numerose genti del paese, sguardi fieri o ammalianti, troppo spesso preclusi a chi non abbia il diritto (e la fortuna) di poterli contemplare. Mi scruta dunque il Console, in silenzio, per tutta la durata di momenti che paiono interminabili. Sta valutando ovviamente l'opportunità di concedermi il foglio di via, oppure se sia meglio respingere la mia singolare richiesta. Di certo, per quanto mi sforzi, non riesco a compenetrare i parametri ai quali la Console sta facendo ricorso per addivenire alla decisione finale. Mentre comincio a riflettere, sudando freddo, di essermi dimostrato forse un po’ troppo ottimista nel ritenere la faccenda già risolta sulla sola scorta di un'esposizione dettagliata e sincera, la persona in grado di distruggere un sogno a lungo cullato, voluto, studiato nei minimi dettagli, finalmente maturato, mi comunica semplicemente (all'insegna di un neutrale aplomb, dietro al quale però si celano sia il potere sia la responsabilità di concedere o rifiutare la possibilità a uno straniero di visitare il proprio paese) di venire a prendere il passaporto l'indomani con il visto rilasciato e stampato al suo interno. Gli afghani non gradiscono essere blanditi con atteggiamenti servili, così ringrazio la Signora Console con una stretta di mano e delle semplici parole di ringraziamento che mi appaiono come il miglior compromesso possibile tra la gratitudine e un contegno dignitoso. Ma sono al settimo cielo! Non mi sembra vero! Ce l'ho fatta!!! Mi sento già lì: i bazar, gli spiedini di agnello, le montagne, le popolazioni fiere ed indomite. Chissà perché mi aspettavo una sequela di ostacoli insormontabili...
 Mi sento assai più sollevato ora che coadiuvato da Martina- l'impiegata italiana dell'ambasciata che mi ha assistito, consigliato e aiutato durante tutta la durata dell'iter procedurale con gentilezza e professionalità esemplari – controlliamo entrambi che tra i documenti necessari per il rilascio del visto non manchi niente. L'ambasciata si presenta agli utenti come ciascuno si immagina essere ogni edificio di questo tipo: ordinato, ben tenuto, sontuosamente ammobiliato, i giardini curati fin nei minimi dettagli, i militari armati che ne pattugliano il perimetro. Ma a imporsi alla mia attenzione sono soprattutto le fotografie di grosse dimensioni che sovrastano le scrivanie degli impiegati. Rappresentano le bellezze architettoniche e naturalistiche del paese, un antipasto preventivo di quel che sto per pregustare e che al contempo stimolano ancor più la mia voglia di partire. Dal vivo sarà tutta un'altra cosa!
Giunto l'indomani ritiro quindi il passaporto col sospirato visto, e ora che ho completato il primo, imprescindibile step, la stessa ambasciata mi sembra ancor più accogliente, quasi mi sento di casa in questi ambienti così ampi, stringo la mano a tutti, manca poco che mi auto inviti per pranzo, ma subito il pensiero del mio amico Marco che mi aspetta sugli spalti del Foro Italico per il nostro annuale appuntamento con gli Internazionali d'Italia richiama alla mia mente l'orario del bus, e così eccomi già sotto la pensilina per dirigermi alla volta del complesso sportivo a raggiungere l'amico che ho sempre considerato alla stregua del fratello che non ho mai avuto. Grazie a tutti, grazie davvero per il vostro aiuto e la vostra disponibilità; troppe volte infatti la richiesta di un visto rappresenta per il viaggiatore individuale un vero calvario: ti ritrovi a dover rispondere ad un sacco di domande, le ambasciate tardano nel rilascio del visto, telefoni per avere ragguagli e non ti risponde nessuno, oppure quando infine incocci qualcuno quello ti apostrofa pure in maniera sgarbata. L'ambasciata afghana in Italia invece rispecchia in toto lo spirito di accoglienza che contraddistingue il popolo che rappresenta . “Stia attento, mi raccomando...” è il buon viatico con cui mi congedano i funzionari. Eh sì, ci sarà da stare con gli occhi aperti. In fondo, la storia del visto è solo l'inizio...

Il programma del mio viaggio prevede inizialmente l'atterraggio a Kabul, la capitale, il punto di partenza della mia visita nel paese e il porto di imbarco da cui ripartirò al termine del mio giro. L'opzione di volo più conveniente per recarsi in Afghanistan consiste nell'effettuare uno scalo tecnico a Dubai e poi volare su Kabul, altrimenti bisogna recarsi ad Istanbul e poi cambiare vettore affidandosi alla compagnia di bandiera afghana. Eccomi così all'aeroporto della Malpensa, in fila, in attesa del mio turno per effettuare la registrazione. Quando al momento del check-in vero e proprio la signorina tutta agghindata in tiro e di bell'aspetto mi riserva l'accoglienza e le domande standard previste dalle procedure d'imbarco, e di rimando le capita di ascoltare la parola “Kabul”, avverto una crepa nel protocollo che la situazione abitualmente prevede, un canovaccio che gli addetti alla registrazione inscenano tutti i giorni a beneficio di ogni passeggero. Si informa più dettagliatamente così l'avvenente impiegata aeroportuale, con la tipica inflessione meneghina, cercando di decodificare il frangente con un rapido sguardo:
“In servizio per motivi militari?” recupera lei il contegno iniziale.
“No, turismo” la riprecipito io.
Allora sì che mi guarda brutto: “Turismo in Afghanistan? E che c'è da vedere?“
“Tantissimo, e tutto bello” non cedo io.
 La ragazza non batte ciglio e passa alla seconda fase della procedura, controllando la presenza o meno del visto sul mio passaporto. Osserva ora attentamente la mia foto sul documento, ed effettivamente non riesco a darle torto: per potermi muovere più liberamente una volta giunto in Afghanistan e non destare sospetti in loco mi son lasciato crescere la barba e i capelli, mentre la foto sul passaporto inquadra l'ennesima espressione anonima così come richiesto dalle autorità internazionali: niente occhiali, né sorrisi o orecchie coperte.
“Il signore va a Kabul...” dice la donna al supervisore che serpeggia tra i vari desk per accertarsi che tutte le operazioni d'imbarco non patiscano intoppi.
“E stampagli le carte d'imbarco...” quello, di rimando. “Militare eh? È dura laggiù?”
“Non lo so, è la prima volta che ci vado, ma non sono militare, sono solo un turista”.
“Un turista??? E che c'è da vedere in Afghanistan? Si sparano, c'è la guerra. Vuol farsi ammazzare?” il più alto in grado degli addetti al check-in non mi sta sbeffeggiando, si dimostra anzi sinceramente preoccupato per la mia scelta di viaggio, che di sicuro appare un po’ inconsueta.
Tutt'intorno a me sciamano i turisti che, da buoni italiani , sono ricoperti da capo a piedi di capi d'abbigliamento firmati e costosissimi, nonostante stiano per apprestarsi ad un lungo volo e non a partecipare alla Prima Rappresentazione del 7 dicembre al Teatro alla Scala, e che si dirigono alle Seychelles, alle Maldive oppure si stanno recando all'estero per ragioni commerciali. Un gruppo di turisti particolarmente numeroso si sta recando a Dubai, dove si imbarcherà per effettuare una crociera che prevede la visita di varie destinazioni nel Golfo Persico. Troneggia sul gregge un milanese (accento anche in questo caso inconfondibile) che incanta le folle coi racconti delle sue crociere passate, arricchiti da aneddoti stuzzicanti, prodighi di consigli paterni su come godere al meglio delle facilities dell'imbarcazione. È fin troppo facile profetizzare che sarà il deus ex machina dell'intero viaggio (cioè del giro turistico), che prevaricherà chiunque tenti di sottrarsi al suo ruolo di guida carismatica e che pontificherà di vissuti dove il vero è solo una piccola parte del racconto. Spero solo che non sieda al mio fianco in aereo, non sopporto chi si vanta presumendo di aver visto il mondo specie se ha viaggiato esclusivamente coi pacchetti organizzati. Costoro possono vantare svariati timbri sul passaporto e parecchie foto da mostrare al ritorno dei loro giretti, ma quanti concreti contatti possono annoverare con la realtà del luogo? Hanno intravisto nei locali degli esseri umani o dei sottosviluppati indegni di respirare? Non scorderò mai un gruppo di persone incontrato anni fa in Arabia Saudita, sedicenti viaggiatori, ricconi di una città italiana nota nell'intera penisola per guardare molto all'apparenza e poco agli scandali che ne hanno pregiudicato il benessere un tempo molto diffuso, disprezzare (con termini non proprio confacenti alla signorilità che pretendevano di incarnare) la realtà locale e soprattutto gli autoctoni sol perché abbigliati in maniera confacente alle proprie tradizioni o perché indifferenti alle norme che regolano il traffico automobilistico. Se bastasse arrestare il veicolo al rosso del semaforo o frequentare costosi circoli ricreativi, oppure ancora ricorrere settimanalmente alla tintura dei capelli e all'estetista per potersi guardare allo specchio con autostima e soddisfazione, quanto migliore sarebbe l'esistenza su questa terra. O forse no???