Russia

 

“Ciò che è difficile quando si deve decidere è scegliere cosa sia meglio: se un'esistenza relativamente tranquilla e regolare, senza nessun lampo interiore, oppure se si voglia rischiare puntando su eventuali profondità e forza, ma con possibili rotture e fallimenti...”
PAVEL A. FLORESNKIJ
uomo universale russo

La Russia è il paese più vasto del mondo per estensione. Le sue coste si affacciano sul Mar Baltico, sul Mare di Barents, sul Mar Bianco, sul Mar Glaciale Artico, sull'Oceano Pacifico, sul Mar Nero, sul Mar di Azov, sul Mar Caspio. La diversità delle caratteristiche delle  catene montuose di questa nazione è senza eguali. Le pianure della parte occidentale del paese si elevano tutto a un tratto nella catena degli Urali, ritenuta il confine naturale tra Europa ed Asia, una dorsale che si estende da nord a sud per duemilacinquecento chilometri senza mai raggiungere i duemila metri di altezza. A ridosso dell'Oceano Pacifico invece svetta, in aggiunta alle cime montuose, un  consistente numero di vulcani, alcuni dei quali estinti, altri solo dormienti, la cui altitudine può anche oltrepassare i tremila metri. Più o meno al centro del territorio russo  si estende la catena degli Altaj (che ricopre parzialmente anche il territorio di Cina, Kazakistan e Mongolia),  la cui cima principale, il Monte Belukha, raggiunge i quattromilacinquecentosei metri. Spostandosi a latitudini semi tropicali e sempre discorrendo di massicci montuosi, ci si imbatte in un altro gioiello appartenente al territorio russo: si tratta  del Caucaso Maggiore, situato a ridosso dei travagliati confini con la Georgia e l'Azerbaijan. Tra queste cuspidi si staglia il Monte Elbrus, la cima più alta d'Europa (con buona pace del Monte Bianco), anche se forse questo dato interessa più gli amanti della montagna che la maggioranza delle persone. Il Caucaso russo è più noto perché tra le sue repubbliche figurano la Cecenia, l'Inguscezia e il Daghestan, la questione spinosa per antonomasia che toglie il sonno ai vertici del Cremlino (ma già' ai tempi degli zar le vicende caucasiche rappresentavano per l'ordine costituito  un grattacapo ingestibile). All'interno dei confini della Russia si trovano i giacimenti di gas naturale più cospicui del pianeta, miniere d'oro, uranio, rame, giacimenti petroliferi, tutte commodities spesso situate in aree in cui non solo l'antropizzazione, ma la sopravvivenza stessa si sostanziano in una sfida potenzialmente fatale. Si tratta di luoghi caratterizzati da un clima proibitivo (le temperature  sia estive sia invernali sono percepite per gran parte dell'anno come insostenibili), di regioni in cui scorrono fiumi dal corso interminabile e dal letto ampio interi chilometri, un ambiente in cui si aggirano l'elusiva tigre e infestato da nugoli di zanzare, e in cui le poche strade approntate attraversano il nulla e le persone vivono al limite delle possibilità umane.
 Nell'ambito del territorio russo si snoda la linea ferroviaria più lunga del mondo, affiancata da altre linee che pur non eguagliando simili primati costituiscono comunque una via di collegamento imprescindibile per quella vasta porzione di Asia che si sviluppa dalle steppe artiche fin quasi al Tropico del Cancro.
 E' in questo paese che hanno avuto luogo alcune delle battaglie che hanno cambiato il destino della seconda guerra mondiale (ma da queste parti si chiama “Grande Guerra Patriottica”, un conflitto  che in accordo alla versione ufficiale fornita dai locali libri di storia è scoppiato soltanto il 22 giugno del 1941, terminando infine con l'umiliante resa dei Nazisti all'Armata Rossa, con buona pace delle vicende e delle vittime di tutte le altre parti del globo); è qui in Russia che Napoleone è apparso per la prima volta un uomo soggetto ai rovesci della sorte comuni ad ogni individuo, ed è in nascondigli ingegnosi sparsi lungo questo territorio che erano stati approntati i missili nucleari  pronti ad essere utilizzati in un eventuale scontro con i paesi contraddistinti da una diversa impostazione politica.
La Russia ha dato i natali, tra gli altri, a Lev Tolstoj, Fedor Dostoevskji, Caterina la Grande, Vladimir Ilic Ullianov Lenin, Andrey Tarkovskii, Grigorij  Rasputin, Petr Chaikovskji, Sergej Bubka, Yuri Gagarin, Mihail Gorbaciov, Aleksandr Sokurov. Parlando in termini di Unione Sovietica, e cioè astraendosi momentaneamente dagli avvenimenti geopolitici del 1991, allora l'elenco ricomprenderebbe anche Josip Dugashvili Stalin, Nikolaj Gogol, Isaak Babel, Sergej Eisenstein, David Oystrach. Ma è bene andare coi piedi di piombo: alla luce dei più recenti avvenimenti, oggi, a  equivocare sui termini “russo”, “ucraino” e “baltico” si rischia di prendere delle botte.
E' arduo decidere di scrivere della Russia, perché tanta abbondanza di chilometri quadrati, di caratteristiche geografiche ed ambientali e di menti superiori, si traduce in ultima analisi in una difficoltà concreta (io direi anzi insormontabile) a tracciare una descrizione esaustiva di un qualsivoglia aspetto relativo a questo paese, che osservato a distanza sembra quasi un insieme di differenti universi cui sia stato imposto un destino comune.
La diversità produce sempre arricchimento ma c'è sempre un prezzo da pagare per godere di certi vantaggi. C'è chi percepisce la diversità come una minaccia (diversità etniche, culturali, religiose, da sempre costituiscono il pretesto più scontato cui ricorrere per giustificare atti di guerra o di violenza), chi la subisce come una limitazione (a prescindere dai casi estremi, appartenere a una certa categoria può non voler dire necessariamente essere oggetto di atti violenti ma, ad esempio, vittima di discriminazione sul lavoro o nella vita sociale questo sì, si verifica  e anche spesso), chi ne trae continuamente spunto per migliorarsi e godere così dei vantaggi che derivano da un sano confronto reciproco (da chi ha diverse esperienze rispetto alle mie posso mutuare una migliore attitudine ad affrontare le diverse situazioni o semplicemente imparare a cucinare una pietanza nuova). La Russia ha sperimentato sulla propria pelle un po' tutte le sfaccettature legate alla diversità. Riunire sotto l'egida della falce e il martello popoli nordici, asiatici e levantini non poteva non condurre a conseguenze rilevanti. Positive e negative. E' alquanto bizzarro aggirarsi per le strade di Khojand e osservare le donne tajike che, abbigliate nei loro stupendi abiti tradizionali, si aggirano tra il grigiore dei palazzoni sovietici. E' allettante poter scegliere, in un ristorante di Ulan-Ude, se farsi servire un borsh oppure una pietanza buriata. E si rimane a bocca aperta quando si  ravvisano alcuni abitanti di Kazan  (di palese etnia slava) recarsi in ufficio al Cremlino in giacca e cravatta, mentre pochi isolati più in là altri individui (di palese etnia tatara) si genuflettono nella moschea. Si tratta in ambo i casi di cittadini russi. Ma ovviamente c'è anche da mettere in conto il rovescio della medaglia: le continue tensioni tra comunità che vivono gomito a gomito senza aver nulla in comune; le pressanti richieste di autonomia da parte di territori allergici alla longa manus di Mosca, miranti a poter disporre delle proprie ricche risorse senza render conto a nessuno; gli scontri armati tra le forze governative e le minoranze, che proprio non vogliono saperne niente di nessun padre padrone. C'è veramente tanto da scoprire in seno al paese, una sequela di sorprese che stazionano ben al di là delle chiese con le cupole a cipolla, delle icone meravigliosamente intagliate, dell'onnipresente vodka e dell'inaspettata ospitalità di un popolo che riesce ad accoglierti senza mai rinunciare  alla propria tradizionale riservatezza (diffidenza in qualche caso), un atteggiamento troppo spesso interpretato come ottusa ritrosia e che invece produce l'effetto equivalente ad un invito, che magari ad altre latitudini può risultare molto più caloroso, ma che in fondo in questo contesto viene espresso solo in una modalità differente rispetto a quanto vagheggiato dall'immaginario di molti turisti. Quello che sembrava un monolite incrollabile e indifferente allo scorrere del tempo e alle trasformazioni economiche, politiche e sociali del mondo intero si è rivelato un colosso dai piedi d'argilla: le cose sono cambiate bruscamente in Russia dopo il colpo di stato che ha esautorato Michail Gorbaciov, e il nuovo corso inaugurato da Boris Eltsin ha provocato una prevedibile condizione di instabilità del paese; e se da un lato l'amministrazione Putin ha ricondotto la Russia agli antichi fasti, dall'altro essa  deve pur fare i conti con tutta una serie di situazioni assai delicate, sia interne che di politica internazionale. L'assistenzialismo egualitario di un tempo è ormai un ricordo, e se per i meno giovani (che rimpiangono i tempi passati) privazioni e rinunce costituiscono la regola, per le nuove generazioni rappresentano invece un motivo di frustrazione profonda. I grandi scrittori del passato, pur non lesinando severe critiche al popolo russo, ne hanno sempre lodato ed esaltato lo spirito, la forza interiore, la tenacia apparentemente inesauribile, l'indomita capacità di sopportazione nonché un certo senso dell'umorismo, e non si può non riconoscere che questi fattori, se ben calibrati reciprocamente, abbiano sempre caratterizzato (ma così è anche ai giorni nostri) l'indole delle genti stanziate su questo territorio sconfinato, permettendo loro di superare avversità che parevano insormontabili.
Pertanto, tornando allo scopo di questo scritto,  risulta veramente difficile doversi limitare, nella scelta della narrazione, a singoli contesti di questa terra magnifica, ché automaticamente si recherebbe quasi un'offesa a chi non venisse menzionato. Si renderebbe necessario troppo spazio da dedicare a una trattazione non dico esaustiva, ma anche meramente sufficiente a fornire uno sguardo d'insieme sulle bellezze del paese, numerose come i  chilometri quadrati del relativo territorio e variegate come il suo clima e le sue genti. La tentazione di applicare una par condicio teorica mi aveva suggerito addirittura di virare su un'altra destinazione, tralasciando così di raccontarvi di questa stupenda realtà, ma questa sorta di mondo a sé stante  troppo mi è piaciuto e mi ha colpito che omettere di parlarne mi è parso un delitto ancor più grande e imperdonabile. Il problema, però, permaneva: Mosca e San Pietroburgo sono indubbiamente dei gioielli inestimabili, ma non rappresentano un quadro veritiero e del tutto attendibile della realtà russa: similmente a tutte le grandi città che vengono regolarmente visitate di continuo (prese d'assalto, sarebbe meglio dire) da milioni di turisti, hanno entrambe subito una sorta di adattamento alle esigenze dei viaggiatori e degli uomini d'affari, e pertanto non sono più in grado di offrire uno spaccato veramente autentico di come si svolga la vita nel paese. Le capitali più famose del globo risultano ormai tutte snaturate nella loro essenza: se da un lato è un bene che costituiscano mete turistiche raggiungibili anche da viaggiatori non facoltosi – al contrario di quanto accadeva un tempo, quando viaggiare era privilegio da ricchi – è anche corretto rilevare che incontrare sedicenti operatori turistici in grado di esprimersi in più lingue (ma solo limitatamente all'offerta di escursioni e allettamenti per i turisti), ritrovare ristoranti di catene internazionali o incappare in quartieri che si presentano in tutto e per tutto come enclavi di individui provenienti da altre nazioni, sono, questi, tutti fattori che hanno finito per  mutare irreparabilmente il tessuto umano e urbano delle città più note del mondo.
Insomma, ho scartato i due soggetti più scontati.
 Avrei scelto senza dubbio di trattare la regione del  Caucaso, a mio modo di vedere una delle zone montuose più strepitose del pianeta, se non altro perché ancora in grado di riservare ai visitatori un'esperienza di viaggio autentica e significativa. Ma innanzitutto non ho ancora visitato l'area nella sua interezza - e dunque non posso discorrere di ciò che non conosco - e poi non si può scrivere del Caucaso Russo e tacere di quello georgiano e azero: oggi Georgia e Azerbaijan appartengono alla comunità internazionale in veste di repubbliche autonome, ma le montagne se ne infischiano della geopolitica (e ancor di più chi le abita...) e dunque una trattazione esaustiva, dovendo tener conto di un ulteriore supplemento, avrebbe richiesto un numero di pagine eccessivo rispetto al mio intento iniziale.
La Transiberiana allora: il viaggio in treno per antonomasia, in grado di offrire allo straniero un'occasione unica per entrare in contatto con le vicende quotidiane dei russi, poiché viaggiare anche solo su alcune delle singole tratto dell'intero tragitto da Mosca a Vladivostok significa condividere per ventiquattro ore al giorno e per più giorni (ce ne vogliono nove per ricoprire l'intero percorso....) la quotidianità con ogni altro viaggiatore, forse la più concreta delle opportunità per scardinare l'estrema riservatezza dei russi, osservandoli per così dire al naturale, così come cioè si comportano a casa propria. Quando ti ritrovi per più giorni nello scompartimento di un treno accanto ad altre persone, vincolate alla tua stessa maniera ad adattare i vagoni del convoglio ad alloggio provvisorio, le barriere vengono meno, l'abitudinarietà prevale, l'interazione trionfa, e persone mai incontratesi prima e che probabilmente mai più si rivedranno, in quel contesto specifico finiscono però per comportarsi come buoni vicini o addirittura alla stregua di amici di vecchia data. Poco importa che le carrozze del treno, trascorsa appena una manciata di chilometri, si riducano a una sorta di campo profughi: più giorni trascorsi in una carrozza passeggeri gomito a gomito con altri cinquanta cristiani non sono uno scherzo, ma costituiscono in ogni caso un'esperienza memorabile!
 Ma anche le settimane che ho trascorso in Kamchatka, la penisola che si estende a ridosso dell'Oceano Pacifico, si sono rivelati a ben vedere un'avventura straordinaria, tale da propendere fortemente per la decisione di scrivere di quel viaggio. Oppure descrivere le bellezze della zona del lago Bajkal? La soluzione mi sembrava davvero senza fine...
Ma proprio quando cominciavo davvero a disperare di poter presentare un argomento che potesse catturare l'attenzione di chi abbia avuto il buon cuore di scommettere su queste righe, ecco che un'ispirazione improvvisa, come un raggio laser proveniente dalle profondità dello spazio mi ha folgorato, e in un secondo tutto mi è stato chiaro. Alla fine credo di esser riuscito a individuare un argomento soddisfacente e al contempo a permettere alla mia coscienza di riposare tranquilla, essendo riuscito a fornire un quadro attendibile dell'universo russo, per quanto limitatamente ad  aspetti circoscritti. Ciò di cui ho deciso di scrivere non riguarda una meta turistica ordinaria e divertente, né un luogo famoso o rinomato. E di certo non è un contesto ampiamente rappresentativo del paese quello di cui state per leggere. Ma a ben vedere è stata  l'esperienza che più mi ha toccato del mio viaggio in Russia (si tratta comunque di un giudizio in stand-by, ho ancora tanto da vedere nel paese), e in ogni caso, al pensiero di scrivere di questo luogo, sento davvero di aver trovato ciò che invano stavo cercando quando ho deciso di includere la Russia nel novero di questi miei racconti.
Ho scelto di parlarvi di Magadan.